Così Twitter monetizza il nostro cazzeggio travestito da rivoluzione

A suonare la campanella di Wall Street per conto di Twitter c’erano l’attore Patrick Stewart, una bambina di nove anni che ha cinguettato al mondo la sua campagna contro la schiavitù minorile e una rappresentante della polizia di Boston. Una triade pensata per trasmettere, nel giorno del debutto in Borsa, l’idea che Twitter è innanzitutto informazione e rivoluzione, strumento che dà voce a chi non ce l’ha, rifugio degli oppressi e ristoro dei liberi disseminatori del sapere.
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A suonare la campanella di Wall Street per conto di Twitter c’erano l’attore Patrick Stewart, una bambina di nove anni che ha cinguettato al mondo la sua campagna contro la schiavitù minorile e una rappresentante della polizia di Boston. Una triade pensata per trasmettere, nel giorno del debutto in Borsa, l’idea che Twitter è innanzitutto informazione e rivoluzione, strumento che dà voce a chi non ce l’ha, rifugio degli oppressi e ristoro dei liberi disseminatori del sapere. Mettere Kim Kardashian che si fa un selfie in mutande non sarebbe stato altrettanto edificante. Tutto questo per imbellettare un dato di fatto: Twitter monetizza il cazzeggio. Specula sull’ego, attacca inserzioni pubblicitarie ai flussi di coscienza e alle zuffe adolescenziali. Il suo business model si fonda sulla vanità di utenti che sentono l’impellente bisogno di dire la propria su qualunque argomento e di continuare a farlo, incessantemente, litigando con i troll e concedendo #FF a chi ci dice che siamo intelligentissimi. Si dirà che il cinguettìo è la speranza dei diseredati di questa terra, il riscatto degli ultimi o anche l’imperdibile veicolo degli affari che muovono il mondo, ma l’azienda di Evan Williams, Dick Costolo, Jack Dorsey e compagnia per il momento non ha mostrato numeri che la rendono imprescindibile a livello globale. E’ ancora lo spazio virtuale di una chattering class significativa ma non vasta in termini assoluti.
Ieri c’è stata molta frenesia al New York Stock Exchange, tutti volevano comprare i titoli il cui valore era stato fissato a 26 dollari ed è entrato nel mercato a 45,10, con una crescita del 73 per cento che ha portato il valore complessivo dell’azienda sopra quello di Google ai tempi della quotazione; c’era molta frenesia, ma niente a che vedere con quella che c’era attorno a Facebook, paragone inevitabile eppure improprio per la discesa in Borsa di Twitter. Quando l’azienda di Zuckerberg è arrivata a Wall Street gli investitori hanno scambiato 80 milioni di azioni nei primi trenta secondi di attività. Ieri per arrivare alle decine di milioni ci sono volute ore, e sono state ore relativamente semplici, senza i disastri informatici e di quotazione che hanno reso l’operazione dell’azienda di Menlo Park una specie di spauracchio per tutte le aziende tecnologiche interessate a quotarsi.

Nemmeno i fondatori sanno cos’è
Twitter si è affidata a Goldman Sachs per fare il grande passo, e nonostante la prudenza e il momento felice di una Borsa sostenuta dalla Fed al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese, molti analisti osservano che quello che è successo ieri è comunque sproporzionato alla realtà di Twitter. Il cazzeggio di “soli” 232 milioni di utenti, insomma, non dovrebbe valere poi così tanto. Secondo i parametri classici usati dagli analisti, un’azienda con le performance di Twitter dovrebbe valere fra i 5 e i 7 miliardi di dollari, non i 25 a cui è schizzata ieri mattina. La compagnia quest’anno ha fatturato 422 milioni di dollari, introiti che per la maggior parte vengono dalla pubblicità, preferibilmente su supporto mobile.
Nel primo pomeriggio di ieri sono iniziati a circolare alcuni report che invitavano gli investitori a vendere, cioè non invaghirsi troppo di questo bestione internettiano di cui nemmeno i fondatori sanno stabilire con certezza la natura. Twitter è il raro caso di un’azienda tecnologica che ha trovato la via del successo quando ha fatto un rimpasto ai vertici. Bisogna leggere il nuovo libro di Nick Bilton, “Hatching Twitter: A True Story of Money, Power, Friendship, and Betrayal” per capire da quale strana alchimia è nato Twitter. A un certo punto Dorsey ha anche lasciato la compagnia per fare lo stilista – la moda era la sua ossessione – e per anni è andata avanti la querelle a distanza su chi davvero avesse fondato la compagnia, chi avesse avuto l’idea, chi avesse inventato il contenitore miliardario del cazzeggio mondiale.